Note al capitolo Quattro.

(1).  La  tragedia  attica   una delle massime  espressioni  della
grecit classica. Eschilo (525-456 avanti Cristo), Sofocle (495-406
avanti  Cristo)  ed  Euripide (485-406 avanti Cristo)  sono  i  tre
autori   maggiori.  Sono  da  ricordare  di  Sofocle  la   trilogia
dell'Orestea  (Agamennone,  Coefore,  Eumenidi);  di   Eschilo   le
tragedie del ciclo tebano (Antigone, Edipo re, Edipo a Colono);  di
Euripide,  Medea, le Troiane, le Baccanti. Le tragedie pervenuteci,
tradotte  in  italiano, sono raccolte nel volume Il  teatro  greco.
Tutte  le tragedie, a cura di C. Diano, Sansoni, Firenze, 1970.  Di
ciascuna  tragedia o della produzione dei singoli  autori  esistono
molte edizioni economiche, anche con testo greco a fronte.

(2).  F.  Nietzsche, La nascita della tragedia, 1, Adelphi, Milano,
1978.

(3). Ibidem.

(4). Vedi capitolo Tre, nota 29, pagina 61.

(5). Confronta F. Nietzsche, La nascita della tragedia, citato, 12.

(6).  In  una  societ  decadente, in  cui  "gli  istinti  vogliono
tiranneggiare" - scrive Nietzsche - "occorre inventare  un  tiranno
opposto  che  sia pi forte". Questo tiranno  la razionalit,  che
espelle   dalla  filosofia  ogni  elemento  istintivo,   dionisiaco
(confronta  F. Nietzsche, Il problema di Socrate, 9, in  Crepuscolo
degli  idoli,  traduzione di F. Masini, Adelphi,  Milano,  1989  3,
pagine 36-37).

(7).  Sul  concetto di nichilismo confronta G. Vattimo-E. Severino,
In  cammino  verso il nulla, in G. Vattimo, Filosofia al  presente,
Garzanti, Milano, 1990, pagine 25-39.

(8). Vedi capitolo Uno, 3, pagina 16.

(9). Parmenide, frammento 1, verso 29.

(10). Platone, Fedro, 274 a-b, 274 d.

(11). Platone, Apologia di Socrate, 23 a-b.

(12).  Confronta F. Adorno, Introduzione a Socrate, Laterza,  Bari,
1988, pagine 132-136.

(13).  "E  in  verit  qui  constatiamo un  mostruoso  defectus  di
disposizione  mistica, tanto che si potrebbe definire Socrate  come
il  non-mistico  per  eccellenza, nel  quale  la  natura  logica  
eccessivamente  sviluppata  per  una  superfetazione,   quanto   la
saggezza  istintiva nel mistico" (F. Nietzsche,  La  nascita  della
tragedia, citato, 13).

(14).   Eironeomai,  il  verbo  greco  da  cui   deriva   eironea
("ironia"), significa "dissimulo", "fingo".

(15). Confronta Platone, Sofista, 230 d.

(16). Confronta Platone, Menone, 79 e.

(17). Platone, Apologia di Socrate, 31 d.

(18). Confronta Senofonte, Memorabili, primo, 1, 2-3.

(19).  Confronta  A.  Rigobello, Introduzione  a  Il  messaggio  di
Socrate,   La  Scuola,  Brescia,  1957,  pagine  decima-undicesima;
confronta  anche E. Balducci, Storia del pensiero umano, Cremonese,
Firenze, 1986, volume primo, pagine 110-112, dove si insiste  sulla
dimensione extralogica, trascendente, del dmone.

(20). Confronta Apologia di Socrate, 31, Ippia maggiore, 304.

(21).  Confronta F. Adorno, Introduzione a Socrate, citato,  pagina
112.

(22). Ibidem.

(23). Confronta F. Nietzsche, La nascita della tragedia, citato, 13
e  Socrate  e  la tragedia in La filosofia nell'epoca  tragica  dei
Greci  e scritti 1870-1873, Adelphi, Milano, 1991, pagina 37. Prima
di  Nietzsche, A. Schopenhauer (1788-1860) aveva scritto:  "...  il
dmone  di  Socrate, quella voce interiore la quale,  ogniqualvolta
intendeva  metter  mano  a  qualcosa  di  dannoso,  lo  dissuadeva,
incitandolo  per  sempre a non fare e mai a  fare"  (Saggio  sulla
visione  degli spiriti in Parerga e Paralipomena, edizione italiana
a cura di G. Colli, Adelphi, Milano, 1981, tomo primo, pagina 352).

(24). Aristotele, Metaph., 978 b.

(25).  Diogene  Laerzio,  opera citata,  secondo,  40.  "Pitteo"  e
"Alopecense"   indicano  il  dmo  di  origine  dell'accusatore   e
dell'accusato.

(26). Confronta Platone, Critone, 50 a-54 e.

(27). Confronta Platone, Apologia di Socrate, 38 c-39 e.

(28). Confronta Platone, Fedone, 70 a-108 c.

(29). Confronta Simplicio, Categorie, 66 b, 45.

(30).  Orazio esprime questo concetto di Aristippo nei due  celebri
versi (Epistole, prima, versi 18-19):
            Nunc in Aristippi furtim praecepta relabor
            et mihi res non me rebus subiungere conor.
("Ora,  senza  sapere come, scivolo nella dottrina di Aristippo,  /
riprovo  a  dominare la realt invece di esserne  dominato").  Vedi
anche capitolo Nove, 2, pagine 196-197.

(31). Orazio, Carmina, primo, 11, verso 8.

